Da giovane, Monet non era ancora un pittore famoso. Iniziň guadagnare i primi soldi disegnando caricature divertenti di persone del suo paese. Erano così apprezzate che venivano vendute nelle vetrine dei negozi. Questo lato ironico e creativo mostra come il suo talento fosse evidente fin da subito.
Negli ultimi anni di vita Monet soffrì di problemi alla vista, in particolare di cataratta. Questo influenzò molto il suo modo di dipingere: i colori diventavano più scuri e le forme meno definite. Anche se dipingere era più difficile, Monet non smise mai di lavorare, dimostrando una grande passione e determinazione.
A Giverny, Monet creò un giardino straordinario, progettato nei minimi dettagli. Non era solo un luogo dove rilassarsi, ma una vera fonte d’ispirazione artistica. Il laghetto con le ninfee, il ponte giapponese e i fiori coloratissimi diventarono protagonisti di centinaia di dipinti. Ancora oggi quel giardino è visitato da persone da tutto il mondo.
Monet amava dipingere lo stesso paesaggio più e più volte. Il motivo? Voleva catturare i cambiamenti della luce durante il giorno e nelle diverse stagioni. Un campanile, un campo di fieno o uno stagno non sono mai uguali: luce, ombre e colori cambiano continuamente. Le sue serie mostrano proprio questo: la natura vista in momenti sempre diversi.
Claude Monet è l’artista da cui nasce il nome Impressionismo. Tutto iniziò con un suo dipinto del 1872, “Impression, soleil levant”, che rappresenta un’alba sul porto di Le Havre. Un critico usò il termine “impressione” in modo sarcastico per prendere in giro lo stile del quadro, considerato poco preciso. Inaspettatamente, quel nome piacque agli artisti e divenne il simbolo di uno dei movimenti più importanti della storia dell’arte.
Oscar-Claude Monet nacque da Claude Adolphe Monet, droghiere di professione, il quale in gioventù aveva navigato nei mari d’Europa come marinaio su una nave mercantile di Le Havre. Tornato a Parigi, Claude Adolphe sposò Louise-Justine Aubrée. Dal loro matrimonio nacquero due figli: Léon Pascal nel 1836 e, alcuni anni dopo, Oscar, nome con cui fu registrato all’anagrafe ma che sarebbe stato presto sostituito, nella storia dell’arte, da quello di Claude Monet.
Il futuro pittore venne battezzato il 20 maggio 1841 nella chiesa parigina di Notre-Dame-de-Lorette. Tuttavia, il contesto culturale della capitale influenzò poco la sua formazione iniziale, poiché all’età di cinque anni la famiglia si trasferì a Le Havre, dove una zia paterna gestiva, insieme al marito Jacques Lecarde, un’attività legata al commercio marittimo.
Cresciuto in un ambiente borghese, Monet trascorse un’infanzia serena e a stretto contatto con la natura. Le lunghe giornate all’aria aperta alimentarono in lui un profondo legame con i paesaggi della Normandia, con il mare e con la campagna, elementi che avrebbero avuto un ruolo determinante nella sua futura produzione artistica.
La scuola, invece, non suscitava in lui alcun interesse. Gli anni passati al collège communal di Le Havre furono vissuti come un’imposizione che soffocava il suo spirito creativo. Molto tempo dopo, Monet ricordò se stesso come un ragazzo ribelle e insofferente alle regole, incapace di sopportare l’ambiente scolastico, che percepiva come una sorta di prigione. Ciò che davvero lo attirava era la vita all’aperto: il sole, il mare, le scogliere e la libertà di muoversi nella natura.
Nonostante questa avversione per la scuola, Monet acquisì comunque le conoscenze di base del francese e dell’aritmetica. Inoltre, il suo carattere brillante e il suo spiccato senso dell’umorismo lo rendevano apprezzato dalla maggior parte dei compagni di classe.
/ generale / Commenti disabilitati su L’incontro con Boudin
Autumn at Jeufosse (1884)
Giunto alla consapevolezza di aver ormai maturato una solida esperienza, Monet era determinato a dedicare definitivamente la propria esistenza all’arte. Decisivo fu, in questo percorso, l’intervento di un corniciaio che lavorava presso il negozio Gravier’s, il quale lo mise in contatto con Eugène Boudin, un pittore paesaggista normanno di modesta fama ma dotato di grande determinazione. Il corniciaio suggerì al giovane Claude di incontrarlo, assicurandogli che, al di là delle opinioni comuni, Boudin era un artista competente e in grado di offrirgli preziosi consigli.
Inizialmente Monet accolse l’idea con una certa diffidenza: il suo carattere indipendente e autodidatta mal sopportava qualsiasi forma di guida. Tuttavia, le continue sollecitazioni del corniciaio finirono per convincerlo, e Boudin si mostrò subito disponibile a trasmettere il proprio sapere a quel giovane particolarmente talentuoso nelle caricature.
L’incontro tra i due si rivelò estremamente intenso e proficuo. Boudin rimase colpito dalle opere del suo allievo, che giudicava piene di energia, vitalità ed entusiasmo. Monet, dal canto suo, riconobbe quanto l’insegnamento del maestro fosse stato determinante: grazie alla sua paziente e instancabile dedizione, iniziò a osservare la natura con occhi nuovi, imparando non solo a comprenderla, ma anche ad amarla profondamente. La studiò attentamente, analizzandone le forme con il disegno e soffermandosi sulle variazioni cromatiche.
A differenza di un’educazione accademica tradizionale, che lo avrebbe costretto entro i confini soffocanti degli atelier, Boudin seppe trasformare l’istinto e la passione di Monet in una vera attitudine artistica. Gli trasmise soprattutto l’amore per la pittura all’aria aperta, incoraggiandolo ad abbandonare gradualmente le caricature per dedicarsi allo studio del paesaggio e alla pratica della pittura en plein air, fondata sull’osservazione diretta della realtà.
/ generale / Commenti disabilitati su Claude Monet a Parigi
Claude Monet, La stazione di Saint-Lazare (1877); olio su tela, 75×104 cm, Parigi, museo d’Orsay
Sebbene Monet fosse profondamente legato alla quiete e alla poesia dei paesaggi rurali, fatta di fiumi, campi e ampie distese verdi che circondavano Parigi, egli rimaneva al tempo stesso irresistibilmente attratto dal ritmo frenetico e dall’energia della vita moderna che si concentrava nella capitale. Proprio per questo, a partire dal 1877, tornò a rivolgere la propria attenzione al contesto urbano, soffermandosi in particolare sulla stazione di Saint-Lazare, nodo ferroviario da cui partivano anche i convogli diretti verso Argenteuil, località a lui particolarmente cara. A questo luogo Monet dedicò una serie di circa dodici dipinti e, pur disinteressandosi a forme di intrattenimento cittadino come il teatro, i caffè affollati o le corse dei cavalli tanto apprezzate da Degas e dai suoi seguaci, non rinunciò a inserire nelle sue opere riferimenti al paesaggio urbano parigino, visto come uno spazio di incontri vivaci e come un concentrato di simboli della modernità.
Va inoltre ricordato che la Parigi frequentata da Monet era quella profondamente rinnovata dagli interventi urbanistici del barone Haussmann, che l’avevano trasformata in una capitale all’avanguardia. Il vasto progetto di ristrutturazione puntava soprattutto sui grandi boulevard: larghi viali alberati, animati da negozi, caffè e raffinati edifici residenziali, concepiti come motore di un ampio rinnovamento economico, sociale e culturale. Monet seppe cogliere e rappresentare questa nuova realtà in rapido mutamento, la stessa raccontata dalla letteratura di Zola e Proust, fissandola sulla tela in opere emblematiche come La Gare Saint-Lazare e La rue Montorgueil à Paris.
/ generale / Commenti disabilitati su La morte di Camille
Claude Monet, La morte di Camille (1879); olio su tela, 90×68 cm, Parigi, Museo d’Orsay
Dietro un’apparente fase di riconoscimento artistico, per Monet si celava in realtà un periodo cupo e travagliato. Sebbene l’Impressionismo stesse attirando un’attenzione sempre maggiore — come dimostra anche il saggio di Mallarmé The Impressionists and Édouard Manet — il movimento stava progressivamente perdendo la propria forza innovativa. Le tensioni interne e le divergenze artistiche, ormai difficili da conciliare, spinsero molti degli artisti a rientrare nei circuiti ufficiali del Salon. Monet continuò a partecipare alle esposizioni impressioniste, pur essendo consapevole che l’esperienza del gruppo volgeva ormai al termine. Il colpo definitivo giunse nel 1883 con la scomparsa di Manet, figura chiave che, pur non avendo preso parte direttamente alle mostre impressioniste, aveva segnato una rottura decisiva con la pittura tradizionale e aperto la strada alla nuova corrente.
Parallelamente, la sua esistenza privata attraversava una crisi ancora più dolorosa. Le ristrettezze economiche persistevano e, nel frattempo, le condizioni di salute della moglie Camille continuavano a peggiorare. Monet si trovava nell’impossibilità di sostenere le spese mediche necessarie dopo la nascita di un altro figlio, e fu ancora una volta l’amico Caillebotte a offrirgli un aiuto concreto per fronteggiare le difficoltà finanziarie. Tuttavia, il sostegno economico non bastava a lenire la sofferenza di Camille, la cui salute destava crescente preoccupazione. In una lettera del maggio 1879, Ernest Hoschedé scrisse con rassegnazione che alla donna sembravano restare solo pochi giorni di vita, descrivendo la sua lenta agonia come profondamente dolorosa.
Nonostante l’assistenza premurosa dei medici Tichy e de Bellio, Camille fu costretta a sopportare dolori sempre più intensi, causati da un tumore all’utero aggravato dalla recente maternità di Michel. La crudeltà della sua sofferenza colpì profondamente chi le stava accanto: Alice Hoschedé confidò alla madre che assistere a una simile tortura era talmente straziante da far apparire la morte come una liberazione.
Il 19 maggio 1911 Monet fu colpito dalla perdita della moglie Alice; pochi anni dopo, il 1º febbraio 1914, dovette affrontare anche la morte del figlio Jean. Il secondo figlio, Michel, sarebbe scomparso molto più tardi, nel 1966, a seguito di un incidente automobilistico. Questi eventi segnarono profondamente la sua vita privata, spezzando l’equilibrio affettivo che aveva faticosamente costruito. A confortarlo rimase però la presenza della figliastra Blanche, che si trasferì a vivere con lui a Giverny. Proprio lì Monet poté finalmente lavorare in uno studio nuovo e più ampio, progettato per ospitare le grandi tele dedicate alle ninfee del giardino che egli stesso aveva creato.
Nel frattempo, le sue condizioni di salute peggioravano. Già nel 1912 gli era stata diagnosticata una cataratta bilaterale, che con il passare degli anni compromise sempre più la sua capacità visiva: i colori apparivano spenti e indistinti, l’occhio sinistro perdeva nitidezza mentre il destro reagiva quasi esclusivamente alla luce. Nell’estate del 1922, ormai quasi privo della vista, Monet fu costretto ad abbandonare definitivamente la pittura.
Egli stesso descrisse con amarezza questa condizione, affermando che la vista indebolita gli faceva percepire il mondo in modo confuso, sebbene continuasse a riconoscerne la bellezza, proprio quella che avrebbe voluto riuscire a fissare sulla tela.
Nel giugno del 1926 gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni e il 5 dicembre dello stesso anno si spense. Ai suoi funerali prese parte l’intera comunità di Giverny, a testimonianza del profondo legame che aveva instaurato con il luogo. Poco prima di morire, Monet aveva scritto con modestia di ritenere suo unico merito quello di aver dipinto direttamente dal vero, cercando di cogliere le impressioni suscitate dagli effetti più effimeri della natura, dichiarandosi al tempo stesso dispiaciuto per aver dato il nome a un movimento artistico che, a suo giudizio, spesso non ne incarnava pienamente lo spirito.